2025-12-30 • Il raid saudita su Mukalla segna una frattura tra Riad e Abu Dhabi,

Morning Intelligence – The Gist

Il raid saudita su Mukalla, porto strategico dell’Hadramout, segna il primo bombardamento diretto contro la fazione separatista filouae-STC e rende palese la frattura fra i due maggiori esportatori di greggio del Golfo. Riad accusa Abu Dhabi di aver introdotto veicoli corazzati via mare; l’evacuazione della popolazione ordinata dal comando saudita conferma che l’operazione non è episodica ma l’inizio di una campagna di “compellence” militare. (apnews.com)

Gli effetti superano i cieli yemeniti: nelle prime ore di contrattazione asiatica, il Brent ha toccato 62 $/barile (+2 %) mentre i future sul Dubai crude hanno ampliato il differenziale a +1,9 $, segnalando premi di rischio lungo le rotte del Mar Arabico. Per un’economia globale che ancora dipende per il 31 % dal petrolio mediorientale, il ritorno di premio-guerra ricorda il 2019 (attacco a Abqaiq) più che la breve fiammata del 2023 sul Mar Rosso.

Sul piano geopolitico, l’Arabia Saudita mostra di voler impedire la nascita di uno “stato cuscinetto” STC che, controllando Hadramout e al-Mahra, le sottrarrebbe profondità strategica verso Oman e l’oceano Indiano. È un ribaltamento dello schema classico: le due autocrazie sunnite, alleate di Washington, si contendono oggi aree d’influenza con tattiche da guerra per procura, mentre Teheran osserva ed attende.

Se la rivalità Riyadh–Abu Dhabi dovesse cristallizzarsi, il mercato energetico rischia una volatilità strutturale e i colloqui OPEC+ diventeranno terreno di scontro, non di coordinamento. Come avverte l’analista emiratino Abdulkhaleq Abdulla, «nel Golfo l’amicizia è questione di interessi mobili, non di promesse eterne» – un monito che torna ad essere tragicamente attuale.

The Gist AI Editor

Morning Intelligence • Tuesday, December 30, 2025

the Gist View

Il raid saudita su Mukalla, porto strategico dell’Hadramout, segna il primo bombardamento diretto contro la fazione separatista filouae-STC e rende palese la frattura fra i due maggiori esportatori di greggio del Golfo. Riad accusa Abu Dhabi di aver introdotto veicoli corazzati via mare; l’evacuazione della popolazione ordinata dal comando saudita conferma che l’operazione non è episodica ma l’inizio di una campagna di “compellence” militare. (apnews.com)

Gli effetti superano i cieli yemeniti: nelle prime ore di contrattazione asiatica, il Brent ha toccato 62 $/barile (+2 %) mentre i future sul Dubai crude hanno ampliato il differenziale a +1,9 $, segnalando premi di rischio lungo le rotte del Mar Arabico. Per un’economia globale che ancora dipende per il 31 % dal petrolio mediorientale, il ritorno di premio-guerra ricorda il 2019 (attacco a Abqaiq) più che la breve fiammata del 2023 sul Mar Rosso.

Sul piano geopolitico, l’Arabia Saudita mostra di voler impedire la nascita di uno “stato cuscinetto” STC che, controllando Hadramout e al-Mahra, le sottrarrebbe profondità strategica verso Oman e l’oceano Indiano. È un ribaltamento dello schema classico: le due autocrazie sunnite, alleate di Washington, si contendono oggi aree d’influenza con tattiche da guerra per procura, mentre Teheran osserva ed attende.

Se la rivalità Riyadh–Abu Dhabi dovesse cristallizzarsi, il mercato energetico rischia una volatilità strutturale e i colloqui OPEC+ diventeranno terreno di scontro, non di coordinamento. Come avverte l’analista emiratino Abdulkhaleq Abdulla, «nel Golfo l’amicizia è questione di interessi mobili, non di promesse eterne» – un monito che torna ad essere tragicamente attuale.

The Gist AI Editor

The Global Overview

Fratture nel Golfo

Una crepa inaspettata si apre tra alleati storici nel Golfo Persico. L’Arabia Saudita ha bombardato il porto yemenita di Mukalla, colpendo un carico di armi proveniente dagli Emirati Arabi Uniti e destinato a un gruppo separatista locale. L’operazione militare, definita “limitata” da Riyadh, rappresenta una netta escalation delle tensioni tra le due potenze, entrambe formalmente impegnate contro i ribelli Houthi ma con agende sempre più divergenti sullo Yemen. Questo scontro diretto complica notevolmente il quadro per l’amministrazione Trump, che vede due partner chiave entrare in rotta di collisione in uno dei teatri più instabili al mondo.

La Pressione su Teheran

In Iran, il malcontento economico sta di nuovo accendendo le piazze. La caduta libera del rial, che ha toccato il minimo storico rispetto al dollaro, ha innescato una nuova ondata di proteste guidate dai commercianti, soprattutto nel cuore pulsante del bazar di Teheran. Con un’inflazione ufficiale al 42,2% e prezzi dei generi alimentari in aumento del 72%, la crisi sta erodendo il potere d’acquisto e la pazienza della popolazione. A mio avviso, questa agitazione, pur non essendo ancora una rivolta di massa, mette a nudo la fragilità di un regime la cui legittimità è sempre più minata da una gestione economica insostenibile.

Mercati Energetici in Movimento

I flussi globali di greggio stanno ridisegnando le mappe energetiche. Le spedizioni di petrolio russo verso l’India sono destinate a toccare il livello più basso degli ultimi tre anni questo mese. Sebbene un parziale recupero sia previsto grazie alla ripresa degli acquisti da parte di colossi come Reliance Industries, la tendenza segnala un riassetto delle dinamiche di mercato. Questi cambiamenti, uniti alla volatilità dei prezzi del greggio spinti da fattori geopolitici come la situazione in Venezuela, dimostrano come le decisioni commerciali e le alleanze strategiche stiano diventando più fluide.

La Resilienza del Dragone

Nonostante le tensioni commerciali e i venti contrari, i mercati azionari cinesi si avviano a chiudere il miglior anno dal 2017. Il rally, inizialmente trainato dal settore tecnologico, si è ampliato a diversi altri comparti, segnalando una sorprendente fiducia da parte degli investitori. Il mercato di Shanghai ha recentemente registrato una serie positiva di nove sessioni consecutive, sostenuta da nuove misure governative per stimolare i consumi interni. Questo andamento suggerisce che, al di là delle narrative geopolitiche dominanti, la forza del mercato interno e le scelte di policy di Pechino rimangono driver economici potentissimi.

Nuovi equilibri si delineano all’orizzonte; ci vediamo alla prossima edizione di The Gist per continuare a leggerli insieme.

The European Perspective

Scacchiere globale in subbuglio

La fine dell’anno si rivela incandescente sul fronte geopolitico. Attorno a Taiwan, Pechino ha dato il via a una massiccia esercitazione militare battezzata ‘Justice Mission 2025’, simulando un blocco navale. In sole 24 ore, sono stati rilevati 130 aerei e 22 navi da guerra cinesi, il numero più alto di velivoli registrato dal 15 ottobre 2024. Un’azione di forza che, al di là della propaganda, testa la capacità di isolare l’isola, con implicazioni dirette per le catene di approvvigionamento globali da cui l’Europa dipende fortemente. Personalmente, vedo queste manovre come un pericoloso promemoria di quanto sia fragile la pace in un’area cruciale per l’economia mondiale.

Tensioni tra Teheran e Washington

Contemporaneamente, si riaccende la tensione tra Iran e Stati Uniti. A seguito delle dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha minacciato di “eliminare” le armi di Teheran in caso di ripresa del programma nucleare, la risposta non si è fatta attendere. Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha replicato che “qualsiasi aggressione incontrerà una risposta immediata e dura”. Queste schermaglie verbali non fanno che aumentare l’instabilità in Medio Oriente, una regione la cui tranquillità è fondamentale per la sicurezza energetica europea.

Scambio di accuse tra Mosca e Kiev

Anche il fronte ucraino rimane caldo. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha accusato l’Ucraina di aver condotto un attacco con droni contro una delle residenze del presidente Putin, minacciando ritorsioni. Kiev, da parte sua, ha prontamente smentito ogni coinvolgimento. Questo episodio si inserisce nella logica di una guerra che, purtroppo, continua a essere combattuta anche sul piano della disinformazione, rendendo sempre più complesso distinguere i fatti dalla propaganda e ostacolando qualsiasi percorso verso una de-escalation.

Scossa politica in Bangladesh

Lontano dai conflitti aperti, la morte a 80 anni di Khaleda Zia, ex primo ministro del Bangladesh e figura data per favorita alle prossime elezioni di febbraio, apre uno scenario di incertezza politica nel paese asiatico. La sua scomparsa, annunciata dal suo Partito Nazionalista, potrebbe alterare significativamente gli equilibri di potere interni, con possibili ripercussioni sulla stabilità di una nazione chiave nel Sud-est asiatico e partner commerciale dell’Unione Europea.

Nuovi sviluppi e analisi approfondite vi attendono nella prossima edizione di The Gist.


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