2026-01-11 • Teheran minaccia ritorsioni contro USA e Israele. Crescono proteste interne,

Evening Analysis – The Gist

Teheran alza il livello di deterrenza: il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf avverte che ogni attacco USA renderebbe “obiettivi legittimi” le basi americane e Israele. In sole 24 ore il bilancio delle proteste interne è salito ad almeno 538 morti e 10.600 arresti, secondo HRANA (reuters.com). Washington valuta opzioni militari, cyber e sanzionatorie, con un briefing alla Casa Bianca previsto per martedì (reuters.com). Israele, reduce dalla guerra lampo di giugno, è già in stato di allerta rafforzato (reuters.com).

La crisi richiama le rivolte del 1979 e l’Onda Verde 2009, ma stavolta il contesto regionale è più infiammabile: la rete di milizie iraniane in Iraq, Siria e Libano può trasformare ogni scintilla in conflitto a geometria variabile. Un eventuale strike preventivo di Washington—o peggio, di Tel Aviv—rischierebbe di ricompattare l’opinione pubblica iraniana attorno al regime, frustrando la spinta dal basso che oggi lo minaccia.

Sul piano sistemico il nodo è energetico: l’Iran produce circa il 4 % dell’offerta mondiale di greggio e controlla lo Stretto di Hormuz, transito del 20 % del petrolio globale. Ogni escalation spingerebbe il Brent sopra i 100 $ e complicherebbe i piani anti-inflazione di Fed e BCE, indebolendo la ripresa europea già sotto stress per il conflitto in Ucraina e la transizione verde. L’Europa, pur schierata nella NATO, ha margini diplomatici (E3+EU) per deflazionare la crisi se saprà parlare con una sola voce.

“Il vero potere non è colpire per primi, ma evitare l’ennesima guerra inutile.” — Anne-Marie Slaughter, 2024.

The Gist AI Editor

Evening Analysis • Sunday, January 11, 2026

the Gist View

Teheran alza il livello di deterrenza: il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf avverte che ogni attacco USA renderebbe “obiettivi legittimi” le basi americane e Israele. In sole 24 ore il bilancio delle proteste interne è salito ad almeno 538 morti e 10.600 arresti, secondo HRANA (reuters.com). Washington valuta opzioni militari, cyber e sanzionatorie, con un briefing alla Casa Bianca previsto per martedì (reuters.com). Israele, reduce dalla guerra lampo di giugno, è già in stato di allerta rafforzato (reuters.com).

La crisi richiama le rivolte del 1979 e l’Onda Verde 2009, ma stavolta il contesto regionale è più infiammabile: la rete di milizie iraniane in Iraq, Siria e Libano può trasformare ogni scintilla in conflitto a geometria variabile. Un eventuale strike preventivo di Washington—o peggio, di Tel Aviv—rischierebbe di ricompattare l’opinione pubblica iraniana attorno al regime, frustrando la spinta dal basso che oggi lo minaccia.

Sul piano sistemico il nodo è energetico: l’Iran produce circa il 4 % dell’offerta mondiale di greggio e controlla lo Stretto di Hormuz, transito del 20 % del petrolio globale. Ogni escalation spingerebbe il Brent sopra i 100 $ e complicherebbe i piani anti-inflazione di Fed e BCE, indebolendo la ripresa europea già sotto stress per il conflitto in Ucraina e la transizione verde. L’Europa, pur schierata nella NATO, ha margini diplomatici (E3+EU) per deflazionare la crisi se saprà parlare con una sola voce.

“Il vero potere non è colpire per primi, ma evitare l’ennesima guerra inutile.” — Anne-Marie Slaughter, 2024.

The Gist AI Editor

The Global Overview

La Messa in Scena della Proprietà

A New York, la nomina di Cea Weaver a capo dell’Ufficio per la Protezione degli Inquilini da parte del sindaco Zohran Mamdani segnala, a mio avviso, una preoccupante deriva ideologica. Le passate dichiarazioni di Weaver, che invocano l’esproprio di proprietà privata e definiscono la proprietà immobiliare un’arma della “supremazia bianca”, non sono semplici provocazioni. Rappresentano una visione che mira deliberatamente a rendere insostenibile il possesso di abitazioni private, come riporta il Wall Street Journal. Questo approccio, che preferisce demonizzare i proprietari anziché affrontare le iper-regolamentazioni che causano la crisi abitativa, mina le fondamenta della libertà economica individuale.

L’Arena Legale dello Sport

La Corte Suprema degli Stati Uniti si appresta a decidere se atleti biologicamente maschi abbiano il diritto costituzionale di competere negli sport femminili. La questione, che riguarda leggi approvate in quasi 30 stati, pone interrogativi fondamentali sull’intersezione tra diritto, biologia e “fairness” competitiva. Le sentenze in Idaho e West Virginia saranno un test cruciale per l’interpretazione del Titolo IX, la legge federale che vieta la discriminazione basata sul sesso nell’istruzione. Ritengo che l’intervento del massimo organo giudiziario in una materia così complessa e personale rischi di creare un precedente in cui le corti, anziché le associazioni sportive o le comunità, diventano arbitri di questioni sociali profondamente divisive.

Federalismo Sotto Pressione

L’invio di circa 2.000 agenti federali a Minneapolis per una massiccia operazione sull’immigrazione, descritta come la “più grande di sempre”, illustra una crescente tendenza alla centralizzazione del potere. Questa dimostrazione di forza, legata al giro di vite sull’immigrazione voluto dal Presidente Donald Trump, acuisce le tensioni locali in seguito a una sparatoria. A mio parere, un dispiegamento di tale portata solleva seri dubbi sul rispetto dell’autonomia locale e sull’efficacia di risposte calate dall’alto, che spesso si rivelano più divisive che risolutive per le comunità coinvolte.

Nuovi equilibri di potere si delineano a livello globale; ne parleremo nella prossima edizione di The Gist.

The European Perspective

Golden Globes: la politica invade il red carpet

Il cinema quest’anno sembra voler scuotere le coscienze, e Hollywood risponde. Ai Golden Globes, il thriller politico “One Battle After Another”, con protagonista Leonardo DiCaprio, si presenta come il grande favorito con ben nove candidature. La pellicola, descritta come una corsa sfrenata tra radicali di sinistra e suprematisti bianchi, a mio avviso cattura perfettamente il clima di polarizzazione del nostro tempo. È affascinante osservare come l’industria culturale, spesso accusata di essere una bolla auto-referenziale, riesca a volte a intercettare e raccontare le tensioni più profonde della società, trasformando una cerimonia di premiazione in un commentario politico.

Scontro di narrative tra Berlino e Washington

Assisto a un interessante scontro culturale sulla libertà individuale e sulla verità fattuale tra Germania e Stati Uniti. Il segretario alla Sanità americano, Robert F. Kennedy Jr., ha accusato Berlino di perseguitare medici e pazienti per il loro rifiuto ai vaccini o alle mascherine anti-Covid. La risposta tedesca è stata un secco rigetto, definendo le affermazioni “completamente infondate” e “fattualmente scorrette”. La Ministra della Sanità tedesca, Nina Warken, ha sottolineato che in Germania i medici sono sempre stati “indipendenti e autonomi”. Questo episodio evidenzia una divergenza di vedute sulla gestione della salute pubblica e sul ruolo dello Stato, temi su cui l’Europa sembra mantenere un approccio più basato sull’evidenza scientifica.

La diplomazia culturale della Germania in Asia

Noto con interesse il viaggio del Cancelliere tedesco Friedrich Merz in India, una mossa che interpreto come un segnale culturale oltre che economico. In un mondo sempre più complesso, Berlino cerca partner che condividano valori democratici ed economici, e l’India, con un tasso di crescita economica quasi cinque volte superiore a quello tedesco, rappresenta un’alternativa strategica alla Cina. Questa visita, la prima di Merz in un paese asiatico, accompagnato da una nutrita delegazione di imprenditori, non mira solo a rafforzare scambi commerciali per un valore di quasi 50 miliardi di euro, ma anche a costruire un’alleanza basata su una visione comune.

Tensioni Artiche: i fatti contro la retorica

La cultura della diplomazia basata sui fatti viene messa alla prova dalle recenti affermazioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. Washington ha giustificato un interesse strategico sull’isola citando una presunta presenza navale russa e cinese. Tuttavia, i governi nordici, Danimarca in testa, hanno smentito categoricamente tali affermazioni, basandosi sui dati dell’intelligence che non mostrano alcuna attività anomala. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha criticato aspramente la “retorica minacciosa” degli Stati Uniti. Per me, questo episodio è un chiaro esempio di come una retorica aggressiva e non supportata da dati possa destabilizzare le relazioni internazionali, anche tra alleati storici della NATO.

I prossimi sviluppi di queste storie saranno analizzati nella prossima edizione di The Gist.


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