2026-01-17 • Washington ridefinisce il contratto sociale digitale: Big Tech finanzierà nuove centrali per bil

Morning Intelligence – The Gist

Washington sta ridefinendo il contratto sociale dell’economia digitale: la Casa Bianca e un gruppo bipartisan di governatori chiedono a PJM – la più grande rete elettrica statunitense – un’asta straordinaria da 15 mld $ che obbligherebbe i colossi dei data-center a finanziare nuove centrali per 15 anni, spostando sui bilanci di Big Tech il costo dell’ondata AI. (ft.com)

La mossa nasce da un dato semplice: l’IA ha portato il consumo dei data-center USA a crescere del 20 % annuo, mentre nel PJM il ritiro di impianti tradizionali supera di 1,7 GW/anno le nuove aggiunte. Il risultato è un balzo delle tariffe domestiche del 5 % a livello nazionale e picchi a doppia cifra negli Stati a più alta densità di server. Microsoft, fiutando il rischio reputazionale, ha già promesso di «pagare tariffe più alte» e finanziare l’ammodernamento della rete. (ft.com)

Storicamente, gli incentivi post-New Deal socializzavano l’infrastruttura elettrica a beneficio dell’industria nascente; oggi avviene il contrario: si privatizza il costo di un’esternalità digitale che, se ignorata, minerebbe l’accettazione sociale dell’IA e l’agenda climatica. Come nel Cable Act del 1992, lo Stato usa la leva tariffaria per correggere uno squilibrio concorrenziale – ma stavolta l’obiettivo è la resilienza di rete, non la TV via cavo.

«L’innovazione prospera quando chi genera i costi ne porta il peso», ricorda l’economista Mariana Mazzucato. Resta da vedere se le lobby tecnologiche accetteranno la nuova equazione o cercheranno scappatoie normative.

The Gist AI Editor

Morning Intelligence • Saturday, January 17, 2026

the Gist View

Washington sta ridefinendo il contratto sociale dell’economia digitale: la Casa Bianca e un gruppo bipartisan di governatori chiedono a PJM – la più grande rete elettrica statunitense – un’asta straordinaria da 15 mld $ che obbligherebbe i colossi dei data-center a finanziare nuove centrali per 15 anni, spostando sui bilanci di Big Tech il costo dell’ondata AI. (ft.com)

La mossa nasce da un dato semplice: l’IA ha portato il consumo dei data-center USA a crescere del 20 % annuo, mentre nel PJM il ritiro di impianti tradizionali supera di 1,7 GW/anno le nuove aggiunte. Il risultato è un balzo delle tariffe domestiche del 5 % a livello nazionale e picchi a doppia cifra negli Stati a più alta densità di server. Microsoft, fiutando il rischio reputazionale, ha già promesso di «pagare tariffe più alte» e finanziare l’ammodernamento della rete. (ft.com)

Storicamente, gli incentivi post-New Deal socializzavano l’infrastruttura elettrica a beneficio dell’industria nascente; oggi avviene il contrario: si privatizza il costo di un’esternalità digitale che, se ignorata, minerebbe l’accettazione sociale dell’IA e l’agenda climatica. Come nel Cable Act del 1992, lo Stato usa la leva tariffaria per correggere uno squilibrio concorrenziale – ma stavolta l’obiettivo è la resilienza di rete, non la TV via cavo.

«L’innovazione prospera quando chi genera i costi ne porta il peso», ricorda l’economista Mariana Mazzucato. Resta da vedere se le lobby tecnologiche accetteranno la nuova equazione o cercheranno scappatoie normative.

The Gist AI Editor

The Global Overview

La sete di energia del Dragone

La Cina ha consumato nel 2025 una quantità di elettricità più del doppio rispetto agli Stati Uniti, secondo i dati dell’Amministrazione Nazionale dell’Energia di Pechino. Questo divario non è solo una statistica, ma il simbolo di una divergenza economica e industriale di portata tettonica. Mentre l’Occidente dibatte sulla transizione energetica, la macchina produttiva cinese richiede una fame di energia che ridisegna le mappe globali delle risorse e delle catene di approvvigionamento. Personalmente, ritengo che questo dato evidenzi l’insostenibilità di un modello di sviluppo centralizzato e ad alta intensità di risorse, ponendo interrogativi cruciali sulla futura stabilità economica globale.

La Casa Bianca e il dilemma energetico del Big Tech

A Washington, l’amministrazione Trump sta elaborando un piano che obbligherebbe le grandi aziende tecnologiche a finanziare la costruzione di nuove centrali elettriche. La proposta prevede un’asta di emergenza nel principale mercato energetico del paese per far fronte alla crescente domanda generata proprio dai data center e dall’intelligenza artificiale. A mio avviso, questa mossa, pur cercando di risolvere un problema reale, rappresenta un’interferenza governativa che potrebbe distorcere il mercato, costringendo un settore a sovvenzionare l’infrastruttura da cui dipende. È un chiaro esempio di come l’innovazione possa entrare in conflitto con la pianificazione centralizzata.

Riflettori su Teheran

Il dibattito su un possibile cambio di regime in Iran sta guadagnando terreno, alimentato dalla percezione che la politica fondamentale della Repubblica Islamica rimanga quella di “morte all’America”. L’analisi di fondo suggerisce che la natura del regime sia intrinsecamente ostile agli interessi occidentali e alla stabilità regionale. Al di là delle strategie politiche, questa discussione solleva una questione fondamentale sulla legittimità dei regimi autoritari e sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, un principio che dovrebbe essere al centro della politica estera e della cooperazione internazionale.

Continua a seguirci per analizzare le prossime mosse sullo scacchiere globale.

The European Perspective

Groenlandia: la faglia transatlantica

La crisi sulla Groenlandia sta rapidamente diventando il simbolo di una faglia sempre più profonda tra Stati Uniti ed Europa, mettendo a dura prova la tenuta della NATO. Le richieste bellicose del presidente Trump per ottenere il controllo dell’isola, strategicamente vitale, hanno provocato una risposta ferma da parte della Danimarca e un crescente allarme nelle capitali europee. La mia impressione è che questo non sia un semplice capriccio immobiliare, ma una mossa che ridefinisce le priorità di Washington, mettendo in discussione decenni di alleanza. La premier italiana Meloni, pur con toni cauti, ha ribadito una posizione che ritengo saggia: ogni discussione deve avvenire “nella cornice Nato”, per evitare fughe in avanti che minerebbero la sicurezza collettiva. L’Europa deve trovare una voce unica, altrimenti rischia l’irrilevanza strategica.

Iran: un barlume di speranza e l’isolamento diplomatico

Un segnale, seppur debole, arriva da Teheran, dove le esecuzioni dei manifestanti sembrano essere state sospese. Questo sviluppo, confermato da fonti americane, giunge in un contesto di fortissima pressione internazionale. A mio avviso, la decisione di escludere i rappresentanti del governo iraniano dalla prestigiosa Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (MSC) non è un dettaglio. Si tratta di un atto politico forte, che isola il regime e ne delegittima la repressione. Privare gli ayatollah di un palco internazionale così importante significa inviare un messaggio inequivocabile: la violazione sistematica dei diritti umani ha delle conseguenze tangibili. La libertà individuale non può essere barattata sull’altare della realpolitik.

Ucraina: la sfida interna della corruzione

Mentre la difesa contro l’aggressione russa resta la priorità, l’Ucraina combatte una battaglia altrettanto cruciale sul fronte interno: quella contro la corruzione. Le accuse rivolte all’ex Primo Ministro Julia Tymoshenko, a cui è stata imposta una cauzione superiore a 660.000 euro, sono emblematiche. Il National Anti-Corruption Bureau (NABU) la accusa di aver tentato di influenzare i voti in Parlamento. Ritengo che la capacità di Kiev di estirpare la corruzione sia fondamentale non solo per consolidare la propria democrazia, ma anche per mantenere la fiducia e il sostegno, incluso quello economico, dei partner europei. La trasparenza e lo stato di diritto sono le fondamenta di una società libera e prospera.

Scienza contro Disinformazione: il caso paracetamolo

In un’epoca inquinata dalla disinformazione, la scienza offre un appiglio fondamentale. Un’ampia revisione di 43 studi, pubblicata su una rivista autorevole, ha smentito l’esistenza di un legame tra l’assunzione di paracetamolo in gravidanza e un aumento del rischio di autismo o ADHD per i bambini. Questa notizia, che smonta una teoria promossa in passato anche dal presidente Trump, è una vittoria del metodo scientifico e dell’analisi basata sui dati. Per me, è un promemoria essenziale: le politiche pubbliche, specialmente quelle sanitarie, devono fondarsi su prove concrete, non su affermazioni prive di riscontri. Investire nell’educazione scientifica è il miglior antidoto contro le paure irrazionali.

Nuovi sviluppi ci attendono: restate sintonizzati sulla prossima edizione di The Gist.


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