L’ombra di Epstein si allunga
Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha rilasciato milioni di nuovi documenti relativi al caso di Jeffrey Epstein, rivelando ulteriori dettagli sulle sue connessioni. Tra i nomi che emergono con insistenza vi sono figure di spicco come Elon Musk, Bill Gates, l’ex stratega di Trump Steve Bannon e il Principe Andrew. In questo vasto archivio di dati, che include migliaia di video e immagini, spunta anche il nome di Brett Ratner, il regista di un documentario su Melania Trump, fotografato con l’ex finanziere e due giovani donne. Per me, questa continua fuoriuscita di informazioni solleva interrogativi ineludibili sulle reti di potere e influenza che operano ben al di là del controllo pubblico, mettendo in discussione la reale separazione tra élite economiche, politiche e culturali.
L’arte al servizio dei tiranni
Una lettera riemersa dal mercato delle pulci El Rastro di Madrid getta una luce quasi grottesca sulle ambizioni culturali dei regimi autoritari. Il documento rivela che il dittatore spagnolo Francisco Franco acquistò il “Ritratto della Marchesa di Santa Cruz” di Goya per un milione e mezzo di pesetas con l’intenzione di regalarlo ad Adolf Hitler. La stessa lettera, però, è una richiesta di pagamento per 9.000 pesetas mai saldate per tre copie del capolavoro. Trovo che questo episodio, nella sua banalità quasi burocratica, offra uno spaccato incredibilmente potente: la pretesa di usare la grande arte come strumento diplomatico tra dittatori si scontra con la piccola storia di un debito non onorato. Un dettaglio che, a mio avviso, espone la mediocrità che spesso si nasconde dietro la facciata monumentale del potere assoluto.
Il valzer di Washington con Teheran
La tensione tra Washington e Teheran continua a essere un fattore di instabilità globale con dirette ripercussioni per l’Europa. Il presidente Trump sta aumentando la pressione sull’Iran, valutando apertamente un’azione militare per fermare il suo programma nucleare. In un’apparente contraddizione, lo stesso Trump dichiara che l’Iran sta “parlando seriamente” con gli Stati Uniti, lasciando intendere la possibilità di un accordo. Questa ambivalenza strategica, che oscilla tra minacce belliche e aperture negoziali, crea un clima di profonda incertezza. A mio parere, questo approccio erratico non solo mette a rischio la sicurezza, ma avvelena anche il terreno per quella stabilità necessaria al libero commercio e alla cooperazione internazionale.
Il rischio di paralisi negli USA
Dall’altra parte dell’Atlantico, la politica interna americana minaccia di avere ripercussioni economiche globali. Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha chiarito che il suo partito non aiuterà i repubblicani a evitare il cosiddetto “shutdown”, ovvero la paralisi delle attività del governo federale che scatta in assenza di un accordo sul bilancio. Questa situazione di stallo politico a Washington, se non risolta, potrebbe portare alla chiusura di servizi federali non essenziali, con un impatto che si estenderebbe ben oltre i confini americani. Dal mio punto di vista, questo stallo è un chiaro esempio di come la polarizzazione politica possa portare a un’inazione governativa dannosa, generando incertezza sui mercati e mettendo a repentaglio la stabilità economica da cui anche l’Europa dipende.
Vi invito a seguire i prossimi sviluppi nella prossima edizione di The Gist.
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