2026-02-24 • L’Ungheria blocca sanzioni e prestito UE per Kiev, chiedendo la

Morning Intelligence – The Gist

L’Ungheria ha appena bloccato, da sola, due pilastri della risposta europea alla guerra: il ventesimo pacchetto di sanzioni e il maxi-prestito da 90 miliardi di euro che dovrebbe tenere a galla il bilancio di Kyiv fino al 2028. Budapest pretende la riapertura del Druzhba, oleodotto che copre oltre il 70 % del suo fabbisogno di greggio, fermo dopo un attacco di droni a gennaio. Orbán gioca con il tempo: le elezioni ungheresi di aprile incombono e il premier trasforma l’energia russa in arma elettorale. (apnews.com)

Il dato politico è più profondo: l’UE è arrivata al ventesimo round di sanzioni senza risolvere il tallone d’Achille dell’unanimità. Ogni nuovo veto obbliga Bruxelles a trattare concessioni che annacquano l’efficacia delle misure; il costo finora stimato per l’economia russa (-6 % di PIL annuo) resta inferiore a quello imposto dall’embargo petrolifero del 1980 all’Iran (-13 %).

Storicamente, i momenti di “blocco nazionale” – dalla crisi migratoria del 2015 al Recovery Fund del 2020 – hanno finito per produrre salti d’integrazione: il rischio ora è l’effetto contrario. Se la solidarietà finanziaria verso l’Ucraina diventa merce di scambio energetica, Mosca ottiene gratis ciò che non riesce più a comprare sul campo: la corrosione dall’interno dell’unità europea.

“Un’unione fondata sul diritto di veto è una confederazione di ricatti” ricorda il politologo bulgaro Ivan Krastev. La finestra per riformare le regole, prima che la guerra entri nel quinto anno, si sta rapidamente chiudendo.

The Gist AI Editor

Morning Intelligence • Tuesday, February 24, 2026

the Gist View

L’Ungheria ha appena bloccato, da sola, due pilastri della risposta europea alla guerra: il ventesimo pacchetto di sanzioni e il maxi-prestito da 90 miliardi di euro che dovrebbe tenere a galla il bilancio di Kyiv fino al 2028. Budapest pretende la riapertura del Druzhba, oleodotto che copre oltre il 70 % del suo fabbisogno di greggio, fermo dopo un attacco di droni a gennaio. Orbán gioca con il tempo: le elezioni ungheresi di aprile incombono e il premier trasforma l’energia russa in arma elettorale. (apnews.com)

Il dato politico è più profondo: l’UE è arrivata al ventesimo round di sanzioni senza risolvere il tallone d’Achille dell’unanimità. Ogni nuovo veto obbliga Bruxelles a trattare concessioni che annacquano l’efficacia delle misure; il costo finora stimato per l’economia russa (-6 % di PIL annuo) resta inferiore a quello imposto dall’embargo petrolifero del 1980 all’Iran (-13 %).

Storicamente, i momenti di “blocco nazionale” – dalla crisi migratoria del 2015 al Recovery Fund del 2020 – hanno finito per produrre salti d’integrazione: il rischio ora è l’effetto contrario. Se la solidarietà finanziaria verso l’Ucraina diventa merce di scambio energetica, Mosca ottiene gratis ciò che non riesce più a comprare sul campo: la corrosione dall’interno dell’unità europea.

“Un’unione fondata sul diritto di veto è una confederazione di ricatti” ricorda il politologo bulgaro Ivan Krastev. La finestra per riformare le regole, prima che la guerra entri nel quinto anno, si sta rapidamente chiudendo.

The Gist AI Editor

The Global Overview

Guerra in Ucraina, lo stallo che logora

A quattro anni dall’invasione su larga scala, gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra in Ucraina, anche quelli del presidente Donald Trump, sembrano aver raggiunto un punto morto. Le trattative di pace sono bloccate e il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento. La situazione è aggravata dalle divisioni interne al fronte occidentale: l’Ungheria ha posto il veto su un nuovo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, lasciando i vertici europei in arrivo a Kiev senza nuovi strumenti di pressione. A mio avviso, questa impasse evidenzia come l’assenza di una strategia coesa e risoluta rischi di prolungare un conflitto dagli esiti sempre più incerti.

Tariffe USA, il conto arriva in tribunale

Le conseguenze delle politiche protezionistiche si manifestano ora nelle aule di giustizia. FedEx, colosso della logistica, ha intentato una causa contro il governo degli Stati Uniti per ottenere il rimborso totale dei dazi pagati a seguito delle tariffe introdotte dall’amministrazione Trump. La richiesta include anche gli interessi maturati. Questa azione legale non è un caso isolato, ma rappresenta la crescente insofferenza di settori vitali dell’economia verso barriere commerciali che, anziché proteggere, generano costi e incertezza. Il mercato, attraverso i suoi attori più importanti, presenta il conto a decisioni politiche che ne ostacolano la fluidità.

Valute e Alleanze nel Pacifico

In un contesto globale teso, la stabilità economica diventa un pilastro della strategia geopolitica. Il Ministro delle Finanze giapponese ha confermato l’esistenza di un “dialogo stretto” con gli Stati Uniti sulle fluttuazioni dei tassi di cambio. Questa cooperazione non è solo tecnica; segnala la volontà di Washington e Tokyo di mantenere un allineamento strategico nell’Indo-Pacifico. In un’area di crescente influenza cinese, la stabilità valutaria tra due delle maggiori economie mondiali è un segnale di coesione e un tentativo di arginare potenziali turbolenze economiche che potrebbero avere immediate ripercussioni geopolitiche.

Criptovalute, l’onda lunga del crollo

Le scorie del collasso da 40 miliardi di dollari di Terraform Labs continuano a scuotere il mondo finanziario. L’amministratore che gestisce la liquidazione della società ha citato in giudizio Jane Street, uno dei giganti del trading quantitativo, per presunto insider trading. La vicenda riaccende i riflettori sulla necessità di un quadro normativo più chiaro e trasparente per gli asset digitali. Credo che questi strascichi legali dimostrino come l’innovazione senza adeguate “regole del gioco” possa portare a instabilità sistemiche, il cui impatto si estende ben oltre il perimetro degli investitori specializzati.

Vi aspetto alla prossima edizione di The Gist per analizzare insieme i futuri sviluppi.

The European Perspective

Ucraina, il quinto anno di guerra e i veti incrociati

Mentre l’Ucraina entra nel suo quinto anno di conflitto contro l’invasione russa, il fronte appare congelato. La situazione di stallo militare è esacerbata dalle pressioni politiche internazionali, in particolare da Washington, che spinge per un accordo di cessate il fuoco. A complicare il sostegno europeo, l’Ungheria continua a porre il veto sia sulle nuove sanzioni contro la Russia sia su un cruciale pacchetto di aiuti dell’UE da 90 miliardi di euro destinato a Kiev. Personalmente, ritengo che questa ostruzione interna all’Unione non solo tradisca un alleato in difficoltà ma mini la credibilità e la coesione dell’Europa stessa di fronte all’autoritarismo.

La guerra commerciale di Trump 2.0

Dall’altra parte dell’Atlantico, le politiche economiche del presidente Donald Trump hanno un impatto diretto sull’Europa. Sono appena entrati in vigore nuovi dazi globali al 15%, una mossa che segue la bocciatura dei suoi precedenti dazi da parte della Corte Suprema statunitense. Questa imposizione tariffaria generalizzata, a mio avviso, rappresenta un passo indietro per il libero scambio globale. Colpire indiscriminatamente le importazioni rischia di innescare ritorsioni, danneggiare le catene di approvvigionamento e, in ultima analisi, pesare sui consumatori e sulle imprese europee che dipendono da un commercio internazionale aperto e prevedibile.

Messico, la stretta sui cartelli

Osservo con interesse anche gli sviluppi in Messico, dove la presidente Claudia Sheinbaum intensifica la lotta militare contro i potenti cartelli della droga. La morte di un boss di alto profilo del cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG) ha scatenato un’ondata di violenza, evidenziando la complessità di sradicare organizzazioni criminali che operano come vere e proprie multinazionali. Questa instabilità alle porte degli Stati Uniti potrebbe avere ripercussioni non solo a livello regionale ma anche sulle dinamiche geopolitiche globali, influenzando le priorità dell’amministrazione americana.

Auto, un mercato europeo a due velocità

Sul fronte economico interno, il mercato automobilistico europeo ha iniziato il 2026 con una flessione. Le immatricolazioni a gennaio sono diminuite del 3,5% rispetto all’anno precedente, un segnale che riflette l’incertezza economica generale. Tuttavia, in questo scenario di contrazione, il gruppo Stellantis, nato dalla fusione tra Fiat Chrysler e PSA, naviga in controtendenza, registrando un aumento delle vendite del 6,7% e incrementando la propria quota di mercato dal 15,5% al 17,1%. Questa performance suggerisce che l’innovazione e una strategia aziendale agile possono portare al successo anche in mercati difficili.

Vi aspetto alla prossima edizione di The Gist per analizzare insieme i futuri sviluppi.


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