The European Perspective
La transizione politica britannica e il blocco degli investimenti militari
Il premier uscente Keir Starmer punta a pubblicare il Defence Investment Plan (DIP), il piano strategico britannico che definisce i finanziamenti e le capacità militari future, prima del vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio (Politico Europe, FT, The Guardian). Tuttavia, il suo probabile successore Andy Burnham ha richiesto l’interruzione del processo per esaminare i dettagli, innescando una paralisi che segue le dimissioni dell’11 giugno del segretario alla Difesa John Healey, contrario alla mancanza di fondi per raggiungere la spesa militare del 3,5% del PIL entro il 2035. Osservo come le transizioni gestite da esecutivi provvisori congelino di fatto gli impegni di sicurezza collettiva: gli alleati e le aziende della difesa si trovano oggi a dover calcolare i costi del rischio politico generato non dalle elezioni, ma dai ritardi nelle successioni interne di partito, che bloccano una catena di approvvigionamento da svariati miliardi di sterline. Certo, Starmer mantiene i pieni poteri esecutivi e far avanzare una politica di difesa già definita soddisfa il requisito fondamentale della continuità statale, ma la stasi operativa azzera il peso diplomatico di Londra nell’imminente vertice atlantico.
Il deficit commerciale europeo e la leva valutaria contro la Cina
In vista dei colloqui a Bruxelles con il ministro del commercio cinese Wang Wentao, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che lo yuan risulta sottovalutato fino al 30% (Euronews). Questa dichiarazione si inserisce in un contesto in cui il deficit commerciale dell’Unione Europea relativo ai beni con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro nel 2025. Individuo in questo passaggio uno spostamento sistemico: puntando apertamente sulla manipolazione valutaria anziché sulle singole quote di importazione, i leader europei stanno cercando di colpire il meccanismo macroeconomico che drena i capitali verso le esportazioni cinesi a basso costo. L’elemento rilevante è il tentativo dell’Unione Europea di forzare Pechino a internalizzare i costi del suo vantaggio competitivo, rendendo la struttura dei sussidi monetari un problema negoziale diretto per mantenere l’accesso al mercato unico continentale.
I protocolli di espulsione e il pragmatismo negoziale con Kabul
I funzionari dell’Unione Europea hanno ricevuto a Bruxelles i rappresentanti talebani per colloqui definiti di livello tecnico, con l’obiettivo di stabilire nuovi protocolli per le espulsioni (ZDF). Un portavoce europeo ha precisato che l’incontro non costituisce in alcun modo un riconoscimento diplomatico del governo in carica a Kabul. Noto come questa scissione tra diplomazia ufficiale e gestione operativa permetta a Bruxelles di risolvere una specifica esigenza logistica: le istituzioni europee necessitano di procedure funzionanti per i rimpatri e sono disposte ad aprire canali diretti con attori politicamente non legittimati pur di implementarle. In questo assetto, il controllo fisico del territorio afghano da parte dei talebani si trasforma in una risorsa transazionale, garantendo a Kabul un accesso negoziale diretto alle istituzioni europee dettato unicamente dalle stringenti necessità procedurali di gestione dei flussi in uscita dall’Europa.
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